L’utilizzo delle periferiche di output di ultima generazione è crescente e cammina di pari passo alla diffusione delle tecnologie dell’informazione. Fra queste si stanno sempre più diffondendo le stampanti tridimensionali il cui uso era fino a poco tempo addietro ritenuto appannaggio esclusivo di soluzioni industriali.
Del resto la progressiva diminuzione dei costi abbinata alla curiosità dell’innovazione da parte degli utenti domestici ha aperto il mercato di questi componenti ad una utenza diffusa ma non per questo meno esigente o sofisticata.
Come però spesso accade, la disponibilità di tecnologie d’avanguardia e il desiderio di varcare i confini della conoscenza può portare l’utente generico a esplorare nuove frontiere spingendosi fino a ricercare nuove modalità di impiego, talvolta anche al limite della legalità. Ne è chiara testimonianza l’impiego delle soluzioni di stampa 3D per la produzione artigianale di oggetti di vario genere fra cui si possono anche annoverare alcuni dispositivi atti ad offendere come le armi da fuoco corte e lunghe.
La realizzazione di queste armi avviene con l’impiego dei materiali più disparati tra i quali il Nylon/Poliammide, polimeri termoplastici quali l’ABS o il PLA, il WPC conosciuto anche come LayWood fino ad arrivare a materiali metallici quali alluminio, cobalto, acciaio, titanio, oro e argento. Tra questi, i polimeri costituiscono l’elemento cardine di questa trattazione proprio per la loro caratteristica di non essere rilevabili dai metal detector posti a difesa di numerosi edifici sia pubblici che privati.
Da qui la volontà di identificare il fenomeno specifico riguardante il possibile e probabile uso di questi mezzi per arrecare considerevoli danni all’interno di strutture che, altrimenti, sarebbero perfettamente in grado di mantenere un livello difensivo e di sicurezza elevatissimo.
Sebbene la stampa delle armi non costituisca di per sé un problema, nel caso in cui la realizzazione avvenga per scopi di ricerca, il probabile rischio che un individuo solitario o gruppo organizzato possa utilizzare questo strumento, animato da stati psichici alterati o da intenti malevoli di matrice terroristica e non, rappresenta una forte minaccia alla sicurezza pubblica.
Alcuni esempi di esemplari di arma corta stampati con la tecnologia 3D sono individuabili grazie alla Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms ed Explosives (ATF) la quale ha reso pubblici i risultati delle prove effettuate con modello di pistola Liberator.
La pistola oggetto della prova, realizzata con una plastica chiamata ABS-M30, comunemente usata nei giocattoli e nei bagagli, ha sparato un colpo di calibro .804 senza fallire tutte le otto volte che è stato testato in un laboratorio ATF a Martinsburg, West Virginia.
L’arma da fuoco era fatta di plastica opaca modellata, più grande di una pistola comune, e conteneva un piccolo percussore di metallo simile ad un chiodo.
Il colpo sparato ha percorso da 8 a 11 pollici in un pezzo di gelatina modellato per simulare il tessuto molle umano; al confronto una pistola in metallo, dello stesso calibro e disponibile in commercio, ha sparato un colpo da 18 pollici nella stessa simulazione.
Earl Griffith, capo della divisione Tecnologia delle armi da fuoco ATF ha quindi etichettato la Liberator come arma letale.
Il modello testato includeva il blocco di metallo, seppur rimovibile, che rispetta la legge di rilevamento del metallo. Una pistola simile potrebbe essere fatta con un percussore in ceramica per passare inosservata.
Un’altra pistola fatta da una plastica chiamata Visijet non ha funzionato altrettanto bene nei test ATF. Il video dei test di giugno ha mostrato che la pistola esplodeva in una dozzina di frammenti di plastica al momento dello sparo.

Le pistole Liberator sono state realizzate da progetti caricati qualche anno fa da un gruppo guidato da uno studente di legge del Texas, Cody Wilson.
Il gruppo Defense Distributed afferma che esiste “per difendere la libertà civile dell’accesso popolare alle armi come garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti e affermato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, facilitando l’accesso globale e la produzione collaborativa di informazioni e conoscenze correlate alla stampa 3D delle armi”.
Wilson ha detto alla CNN in un’intervista all’inizio di quest’anno: “L’ipotesi è che un giorno la tecnologia diventerà sempre più diffusa” (e alla portata di tutti).
Lo scenario che si va a creare impone una riconsiderazione obbligatoria tanto dei sistemi di produzione delle stampe 3D, per quanto concerne i possibili oggetti da poter produrre, quanto dei sistemi di sicurezza e difesa in ambito pubblico e privato.
Le armi create con stampanti 3D costituiscono, a completamento di quanto precedentemente esposto, un pericolo per la società civile.
Tale situazione deriva dalla continua evoluzione dello stato della tecnica: lo sviluppo di queste tecnologie sta fornendo mezzi e modalità assolutamente innovative consentendo sviluppi e opportunità prima assolutamente impensabili.
Al contempo, il continuo progresso tecnologico e il conseguente abbattimento dei costi sta fornendo queste tecnologie, inizialmente appannaggio dei soli esperti, a un pubblico sempre più ampio, eterogeneo e di difficile individuazione.
Lo sviluppo e l’impiego di software di controllo del sistema che puntano ad essere user friendly e intuitivi hanno contribuito alla diffusione anche tra coloro che non possedessero particolari capacità tecniche.
Ne consegue dunque la possibilità di utilizzare tali strumenti per differenti scopi e finalità, che possono spaziare dal lecito fino a sconfinare nell’illecito, senza poter tuttavia prevedere e impedire pratiche volte all’impiego improprio delle stampanti 3D.
La domanda che ci si pone è la seguente:
È possibile criminalizzare la tecnologia se questa è utilizzata per scopi illeciti?
Troppi sono gli esempi succedutisi nella storia riguardo l’impiego di mezzi originariamente sviluppati per uno scopo lecito e poi finiti per essere abusati e distorti da altri soggetti per fini completamente diversi.
Nello specifico, le armi create con stampanti 3D potrebbero aggiungersi a tutto l’arsenale a disposizione di terroristi e/o soggetti con disordini mentali, con l’aggravante di non essere rilevabili dai sistemi di sicurezza in ambito pubblico e privato.
Alla luce di quanto evidenziato sembrerebbe necessario avviare una riflessione complessiva, eventualmente anche di carattere normativo e regolamentare, per individuare la migliore e più efficace strategia da adottare, per tempo, per accompagnare il crescente sviluppo di tecnologie in un contesto di sicurezza globale.
di Francesco Staro
