Strappo nei rapporti con gli Emirati: dopo aver negato il sorvolo all’Aeronautica, gli UAE hanno preteso la smobilitazione della base di al-Minhad. Export di armi, Libia, Qatar e Cina: tutti i dossier che allontanano Roma da Abu Dhabi.
“Sorpresa e forte disappunto per un gesto inatteso che si fatica a comprendere”. Così Ettore Sequi, Segretario Generale della Farnesina, ha commentato la negata autorizzazione degli Emirati Arabi al sorvolo del Boeing 767 dell’Aeronautica Militare decollato da Pratica di Mare con giornalisti e militari a bordo e diretto a Camp Arena (Herat), per la cerimonia dell’ammainabandiera del ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan. Lo sgarbo ha inevitabilmente avuto delle ripercussioni, con l’Ambasciatore emiratino prontamente convocato alla Farnesina. La querelle ha però riservato un ulteriore sviluppo, con risvolti ben più gravi di uno schiaffo diplomatico: la presenza militare italiana negli Emirati – ormai consolidata da vent’anni – è venuta meno, a causa della pretesa emiratina di abbandono della Forward Logistic Air Base di al-Minhad (Dubai), snodo aeroportuale strategico per la proiezione italiana nel Medioriente – in particolare Iraq, Kuwait, Corno d’Africa e Oceano Indiano – nonché scalo funzionale al ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan.
Il braccio di ferro tra Roma e Abu Dhabi non è però un fulmine a ciel sereno: i rapporti tra i due Paesi – tradizionalmente cordiali ma già messi alla prova dal caso Alitalia e Piaggio Aerospace – hanno subito un ulteriore deterioramento nel gennaio 2021, a seguito della decisione del Governo Conte di bloccare l’esportazione di alcuni armamenti agli stessi Emirati e all’Arabia Saudita, impegnati dal 2015 nella guerra civile in Yemen contro i ribelli Houthi, spalleggiati da Teheran. Lo stop – rara applicazione della legge 185/90 che regola il commercio degli armamenti – fu interpretato come un tentativo di ingraziarsi il neo-insediato Joe Biden, storicamente freddo nei confronti di sauditi ed emiratini, il quale però ha in seguito sbloccato la maxi-commessa di ventitré miliardi di dollari per la vendita proprio ad Abu Dhabi di cinquanta F-35 e diciotto UAV Reaper, a fronte invece dell’irremovibilità di Palazzo Chigi.
Oltre agli armamenti, Italia ed Emirati si sono riscoperti distanti su altri dossier regionali, come la Libia – dove Roma ha sostenuto il Governo di Unità Nazionale tripolino mentre Abu Dhabi le velleità golpiste del cirenaico Haftar – e il rapporto con Doha. Nonostante la riconciliazione di al-Ula tra i membri del Quartetto Arabo (tra i cui hardliner figurano gli Emirati) e il Qatar, sponsorizzata da Riyadh per ricucire i rapporti con Washington, permangono infatti numerose divergenze ideologiche, motivo per cui l’avvicinamento italiano al piccolo emirato – favorito da importanti commesse navali – non ha entusiasmato la Piccola Sparta.
Non fondamentale ma di sicuro rilievo è poi la diversa postura di Roma e Abu Dhabi nei confronti di Pechino: dopo l’iniziale avvicinamento da parte italiana al Dragone con la firma del Memorandum of Understanding (MoU) sulla nuova Via della Seta, l’avvicendamento tra Giuseppe Conte e Mario Draghi ha nuovamente spinto l’Italia all’interno dell’orbita euro-atlantica, mentre gli Emirati non hanno mai accantonato il desiderio di mettere a disposizione della Cina la propria string of ports, fungendo tra l’altro da hub regionale per la produzione e distribuzione del vaccino cinese Sinopharm e mantenendo una posizione equivoca nei confronti di Huawei, tanto da spingere l’inquilino della Casa Bianca a minacciare ripensamenti sulla vendita dei velivoli Lockheed Martin nel caso in cui la telco di Shenzen non venga esclusa dalla realizzazione dell’infrastruttura nazionale 5G emiratina.
Dall’Italia è partito a fine giugno un timido tentativo di riconciliazione, con la revoca dell’End-User-Certificate (EUC) rafforzato che si applicava alle licenze già assegnate. L’EUC rafforzato consiste in un documento con il quale l’acquirente deve garantire al fornitore – nel caso di specie alle aziende nazionali in possesso di licenze di vendita ad Arabia ed Emirati – che il prodotto acquistato non sarà utilizzato per determinati scopi. Tale decisione non sana comunque la rottura, considerato che le autorizzazioni motivo del contendere sono state revocate e non beneficiano dunque dell’agevolazione. La mossa dell’UAMA – l’ufficio del Ministero degli Esteri deputato alle autorizzazioni alle esportazioni – è stata interpretata dagli analisti come una mano tesa verso Abu Dhabi, non essendo variata alcuna delle condizioni che nel 2019 portarono all’apposizione dell’EUC rafforzato alle export, ma giunge comunque fuori tempo massimo, visto lo sfratto ormai quasi ultimato dalla base emiratina. Al momento, dunque, la proiezione italiana nella regione è affidata alla base di al-Salem, Kuwait, confidando comunque in una ricomposizione della frattura con gli Emirati che sarebbe da auspicare tanto in chiave economica quanto geopolitica, con l’obiettivo condiviso di bilanciare l’assertività turca nel Mediterraneo.
di Andrea Mazzocco
Analyst
