Parlare di Ramadan non è mai facile. Soprattutto quando il mese più sacro, più intimo, per i musulmani viene, tristemente, equiparato alle riletture dei fondamentalisti di al-Qaeda e Daesh. Ma da cosa deriva questo triste collegamento protratto dalle agende fondamentaliste?
Innanzitutto è necessario spiegare cosa sia il Ramadan (in arabo: رمضان). Una prescrizione coranica, infatti, stabilisce che in questo mese (che questo anno cade tra il nostro aprile e maggio), avvenne la prima rivelazione del Corano. I fedeli musulmani osservano, dall’aurora al tramonto, l’astinenza totale da cibi e bevande (persino ingoiare la saliva corrisponderebbe, secondo alcune scuole, alla rottura del Ramadan) e dai rapporti sessuali per celebrare la sacralità di quanto accadde centinaia di anni fa. Le notti, invece, sono dedicate a pratiche devozionali e a festeggiamenti. L’ ‛Īd al-Fiṭr (letteralmente la festa dell’interruzione) ricorrente nel primo giorno di Shawwāl, decimo mese dell’anno lunare musulmano, ne segna la fine del Ramadan. In questa occasione i musulmani, dopo i sacrifici del mese di digiuno, rendono grazie ad Allah per averli sostenuti nello sforzo.[1]
Ora questo sforzo (spesso tradotto, non propriamente in maniera esatta, in jihād جهاد ) viene riletto dai fondamentalisti che fanno del periodo di Ramadan un periodo sensibile per tutti i paesi a maggioranza musulmana e che, purtroppo, negli ultimi anni, ha portato ad un aumento della violenza terroristica in tutto il mondo. A dimostrarne il nesso fu, il 23 giugno 2015, a sei giorni dall’inizio del Ramadan, l’allora portavoce di Daesh Abu Muhammad al-Adnani che chiese di estendere gli attacchi terroristici per “commemorare il mese sacro”. Tre giorni dopo, una moschea sciita in Kuwait fu colpita da un attentato suicida dell’Isis uccidendo 26 fedeli sciiti (CNN) e, più tardi quello stesso giorno, una località turistica vicino alla città di Sousse in Tunisia finì sotto assedio, con l’attentatore che uccise 38 persone ferendone oltre 20 (NYT).
A confermare il nesso temporale fu Abu Ali, un estremista pentito intervistato dall’Atlantic in relazione all’aumento degli attentati durante il Ramadan del 2016, mese che si aprì con la strage-sparatoria avvenuta in una discoteca del centro di Orlando (CNN) e si concluse con l’attentato all’Holey Artisan Cafe di Dhaka dove persero la vita 9 italiani (Il Post). Secondo Abu Ali, diverse organizzazione terroristiche rileggono lo sforzo compiuto nel mese di Ramadan riadattandolo alle loro agende politiche e facendo del mese “il mese sacro in cui ottenere il martirio. Dopo tutto, il Ramadan è un mese in cui tutte le buone azioni vengono ricompensate in modo molteplice; per i jihadisti, tali buone azioni includono attacchi terroristici.”
Per convalidare questa posizione, molti gruppi che gravitano attorno all’orbita qaedista e di Daesh evocano spesso la battaglia di Badr, un momento chiave nella prima storia musulmana verificatasi, non a caso, durante il mese di Ramadan nel 624 d.C. Durante la battaglia, le forze della nascente Ummah (أمة comunità) islamica riuscirono a sconfiggere i loro nemici nonostante fossero in netta inferiorità numerica. Contro ogni previsione, la vittoria assicurò la sopravvivenza della neonata comunità di credenti. I jihadisti, secondo quanto affermato, ribalterebbero, dunque, il significato della battaglia, equiparando le loro azioni terroristiche a quanto accaduto a Badr. Da qui il nesso, confermato da molti (MEMRI), tra Ramadan e fondamentalismo.
Ma “non tutto ciò che unisce, accomuna” e, dunque, non si può equiparare o collegare ciò che i musulmani, intimamente, seguono e celebrano nel mese più sacro dell’anno con quanto i fondamentalisti proclamano e distorgono. Le due non sono, e non saranno mai, facce della stessa medaglia.
Foto: Ramadan e Covid19, distanziamento sociale e preghiera a la Mecca

[1] Per maggiori informazioni sul Ramadan, si può fare riferimento a W. B. Hallaq, Introduzione al diritto islamico, Il Mulino, 2013.
