La percezione del rischio e la realistica valutazione quantitativa dell’esposizione ad esso, può variare all’interno di un contesto sociale pur trovandoci nella medesima dimensione storica e geografica; le motivazioni di tale distorta percezione possono avere diversa natura, sia essa storica, sociale, politica o addirittura religiosa e spesso conducono inconsapevolmente gli attori, siano essi persone fisiche, Aziende o addirittura Enti, a rappresentare dei cosiddetti soft-targets a beneficio di organizzazioni di matrice sia criminale che terroristica.
Il percorso funzionale all’esecuzione di un’efficace analisi del rischio relativamente alla mitigazione passiva, attiva o proattiva di attacchi fisici e non di matrice terroristica, non può prescindere da un attento studio e da un’approfondita analisi dell’evoluzione strategica e tattica che ha profondamente caratterizzato tali Organizzazioni dall’evento del World Trade Center.
Attingendo alle fonti aperte disponibili ci si accorge quanto le organizzazioni terroristiche di ultima generazione abbiano segnato un profondo solco rispetto al passato per quanto riguarda le politiche strategiche perseguite.
Investigando il web con un poco di attenzione ci si trova di fronte a svariate pubblicazioni nonché a veri e propri manuali utili ad evidenziare le numerose possibilità di utilizzo di oggetti e sostanze di uso comune per eseguire attacchi di natura non convenzionale, ovvero oggetti e materiali di libera vendita, non tracciati né tracciabili nel post-vendita, per disporre dei quali, peraltro, non si necessita né di particolari requisiti né è necessario fornire le proprie generalità; diversi manuali incitano nella fattispecie ad utilizzare sostanze ed oggetti in chiave dual-use, fornendo evidenze di come spesso sia addirittura più efficace percorrere tale strada che affidarsi ad armi convenzionali e consolidate quali, ad esempio, armi da fuoco leggere ed ordigni esplosivi improvvisati.
Analizzando l’impiego di determinate sostanze e materiali con finalità criminali e terroristiche, ci troviamo chiaramente di fronte ad un loro utilizzo non convenzionale, ovvero difforme dagli impieghi propri per i quali una determinata sostanza è stata inizialmente concepita, prodotta e posta sul mercato; è necessario porre in evidenza questo aspetto al fine di poter inquadrare al meglio le categorie di materiali impiegati, utilizzando in tal modo una terminologia appropriata e corretta che consenta di far riferimento in maniera univoca a quanto analizzato.
Esiste infatti una copiosa serie di combustibili e propellenti allo stato solido, liquido e gassoso i quali, nonostante siano comunemente utilizzati nel quotidiano per autotrazione e riscaldamento, vengono impiegati in maniera non convenzionale sfruttando l’apporto energetico generato dalla reazione chimica scatenata al loro innesco; è per questo motivo che, approcciando la problematica e le criticità degli ordigni esplosivi ed incendiari improvvisati, ad esempio, è corretto utilizzare la locuzione Materiali energetici (E.M. – Energetic Materials) quale macro-famiglia di sostanze allo stato solido, liquido e gassoso contenente al proprio interno sia i cosiddetti Materiali esplodenti (a loro volta comprensivi della categoria “Esplosivi” e non solo), sia tutte quelle sostanze dual-use che, a vario titolo, vengono impiegate da organizzazioni criminali e terroristiche.
Generalmente la produzione in proprio di Materiali energetici, impiegando ovviamente prodotti di facilissima reperibilità e al contempo di scarsissima tracciabilità, è orientata all’approntamento di sostanze chimiche fortemente instabili e/o ad elevatissima sensibilità, nonché di esplosivi ad alto potenziale, quale ad esempio l’ANFO (Ammonium Nitrate Fuel Oil), i quali non richiedano complessi processi di nitrazione per essere prodotti bensì semplici procedure di miscelazione fisica.
Tale miscela di nitrato d’ammonio (ovvero fertilizzante) e gasolio (ovvero combustibile per autotrazione), in una percentuale che può arrivare fino al 50% di olio combustibile a costituire un prodotto denominato Heavy Anfo, rappresenta ad esempio l’unico esplosivo detonante (alias ad alto potenziale, secondario, di scoppio o alto esplosivo) che ad oggi non necessita di processi chimici per essere prodotto, bensì di una comune miscelazione fisica tra le sue componenti.
La produzione in proprio, ad esempio, di perossidi organici quali il TATP, fu anni orsono prerogativa di alcune cellule di Al-Qaeda con base nel Regno Unito; nonostante il perossido di acetone sia un composto chimico estremamente sensibile ad urto, calore e frizione, caratterizzato da notevoli criticità nelle fasi di produzione, stoccaggio e trasporto sul luogo di utilizzo, tali problematiche passarono inizialmente in secondo piano rispetto alla possibilità di produrre facilmente una sostanza anche all’interno di una cucina convenzionale, nonché al fatto che, detonando autonomamente in determinate condizioni di temperatura, era possibile assemblare un ordigno esplosivo improvvisato senza dover ricorrere necessariamente ad un detonatore.
L’evoluzione affrontata dalle Organizzazioni criminali e terroristiche nell’ultimo trentennio ha costretto la comunità scientifica internazionale a riconsiderare profondamente il panorama delle vulnerabilità di noi tutti, riportando d’estrema attualità il tema, ad esempio, delle cosiddette bombe sporche, ovvero caratterizzate dalla presenza congiunta di materiali energetici ed agenti aggressivi CBRN.
L’argomento bomba sporca apre un panorama inquietante in materia di sostanze dual-use: un fattivo contributo a questo panorama a dir poco critico e complesso è infatti senza dubbio dato dalla relativa facilità di reperimento di alcune categorie di materiali, le quali spesso conservano una valenza per impieghi non convenzionali nonostante siano ormai considerate dall’utilizzatore convenzionale alla stregua di rifiuti da conferire a smaltimento o recupero.
A seguito di quanto riportato, appare senza dubbio chiara la complessità delle problematiche e delle criticità che sottendono a tali tipologie di minaccia fisica; appare inoltre intuitivo come la protezione di una struttura o di un’infrastruttura critica da simili eventi di matrice terroristica e di tale entità, debba necessariamente avvenire mediante l’assoluta sinergia di più modalità: in primis l’adozione di adeguate distanze di sicurezza e rispetto al fine di minimizzarne gli effetti seguendo una logica ed una filosofia cosiddetta di stand-off, indi l’adozione di tecnologie afferenti alla scienza del Protective Design, strumentali ad aumentare le caratteristiche di resilienza del target, quali modalità di mitigazione squisitamente passive.
Parallelamente a ciò, è fondamentale però integrare il sistema di protezione con procedure di prevenzione proattive, funzionali a minimizzare l’inevitabile gap esistente tra sicurezza reale e sicurezza percepita; l’impiego mirato di tecnologie di rilevamento di ultima generazione, ad esempio, la cui conoscenza approfondita dovrebbe essere patrimonio di qualunque Security Manager e Security Advisor, potrebbe rappresentare nel presente e nel futuro la chiave per gestire in maniera corretta alcune criticità apparentemente fuori controllo o assai complicate da fronteggiare ed afferenti alla sconfinata galassia delle sostanze dual-use e degli agenti CBRN.
di Stefano Scaini
