Di Roberto Toncig
Membro del Consiglio Direttivo di ASIS Italy
In occasione di una tavola rotonda alla quale sono stato recentemente invitato mi è stato chiesto come fosse mutata la minaccia spionistica nel contesto attuale.
La prima risposta che mi è venuta in mente è stata, piuttosto ovviamente, l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale (AI); ad un secondo esame, tuttavia, mi è sembrato che l’AI introducesse nuove potenzialità e modalità, senza modificare radicalmente il quadro della minaccia.
Mi sono quindi soffermato a considerare la guerra cognitiva, ma anche in questo caso mi è parso che ci si trovi di fronte ad un’evoluzione piuttosto che a un nuovo paradigma.
Quale nuova possibile risposta ho pensato al dilagare delle operazioni di sabotaggio, ad opera di attori statali e no. Anche qui, vedo un cambiamento per quanto concerne intensità ma non necessariamente un elemento di novità profonda.
Nel proseguire la mia analisi mi è quindi tornato in mente un interessante studio riguardante l’evoluzione della struttura del valore delle prime 5 aziende del ranking S&P 500. Lo studio indica che la ricchezza – e la creazione della stessa – dai primi anni 2000 si è spostata esponenzialmente ed irreversibilmente dagli asset tangibili, dall’hardware, a quelli intangibili, immateriali. In altre parole, ciò che fa veramente ricca una società sono i cervelli, le idee.
Nel medesimo range temporale si sono sviluppati alcuni processi decisionali ed industriali, avviati negli USA e discussi in tutto il mondo occidentale, che mirano a spostare il focus della ricerca e sviluppo, sinora gravitante nei grandi investimenti pubblici soprattutto militari, al settore privato ed al mondo delle start-up, meno imbrigliate in processi burocratici e più aperte ad assumersi dei rischi. Che si tratti di un processo reale ed oramai irreversibile lo dimostra con immediata chiarezza la rivoluzione tecnologica, dottrinale ed operativa in atto nel conflitto in Ucraina.
Le dinamiche sopra descritte mi portano ad affermare che un elemento di novità profonda nel quadro della minaccia alla sicurezza ed alla ricchezza di una Nazione è l’esplosione del valore della conoscenza, che risiede nei cervelli e nell’esperienza dei singoli e che si esprime nella dimensione industriale ed economica civile.
Se in parte questi aspetti erano emersi in tradizionali contesti di competizione, con l’aggravarsi del contesto geopolitico attuale, oramai stabilmente permeato da dinamiche di guerra ibrida dove in confine tra dimensione industriale e militare è spesso invisibile, essi sono diventati a mio parere l’elemento caratterizzante e qualificante della minaccia. In altri termini, la sicurezza industriale non è più scindibile dal più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Letta in questa ottica, la domanda iniziale porta logicamente a chiedersi quali possano essere le strategie di difesa più efficaci per tutelare sia la sicurezza nazionale sia il benessere economico della società, interrogativo questo particolarmente rilevante per un Paese come l’Italia che ha nelle PMI l’ossatura portante del proprio fondamento industriale.
La risposta sta nella stessa natura della minaccia, che non distingue tra la sfera politico-militare e quella imprenditoriale-industriale: una vera e stretta partnership pubblico-privato (PPP): se la minaccia attraversa tutta la realtà del Paese, una risposta efficace non può prescindere dalla partecipazione di tutte le componenti attive della società.
Questa partnership, per essere efficace e vincente, dovrebbe in un certo senso rispecchiare l’approccio cinese all’intelligence, ovvero assumere una trasversalità da whole-of-society.
Il primo luogo di creazione di sicurezza è quello della formazione, per la quale hanno un ruolo le istituzioni accademiche, i think-tank, numerosi Istituti e Fondazioni che si occupano di geopolitica; sono questi gli ambiti dove le tematiche di security awareness trovano le opportunità forse migliori in quanto luoghi di formazione della futura classe dirigente ed imprenditoriale. Il limite nell’immediato di questi contesti è che la formazione avviene oggi ma avrà un effetto tra 5-10 anni, quando i frequentatori attuali avranno raggiunto il loro placement nel mondo del lavoro ed istituzionale; la buona, anzi ottima notizia è che la cultura della sicurezza sta trovando sempre maggiore attenzione in questi contesti.
A livello più immediatamente concreto ed operativo, la figura del professionista della Security per le aziende, che operi all’interno di società specializzate in servizi di Security oppure che sia direttamente inserita negli organigrammi aziendali, ha oramai assunto una valenza di assetto di prima linea per la tutela non solo del cliente o della propria azienda ma come vero generatore di sicurezza a 360°.
D’altro canto, se si concorda sull’assunto che il vantaggio competitivo al giorno d’oggi risiede nelle persone quali vere e proprie risorse umane dell’impresa, si comprende facilmente che la loro tutela non può prescindere dalla attiva e partecipata consapevolezza dei singoli. È forse questo il campo nel quale il professionista moderno della Security nelle/per le aziende ha i maggiori spazi per trasformare la percezione del suo ruolo da centro di costo a risorsa produttiva ed essenziale per il business.
Ma se accettiamo l’assunto che la funzione Security è oggidì parte integrante della funzione Sicurezza Nazionale, ne deriva che il valore aggiunto che la funzione Security ha la potenzialità e la responsabilità di apportare è in primis quello della generazione e creazione di un’adeguata cultura della sicurezza, declinata concretamente in forma di consapevolezza diffusa di minacce, rischi e responsabilità.
Un’associazione quale il Chapter Italia di ASIS, nella quale confluiscono professionisti della Security che declinano le proprie competenze in una gamma così variegata ed articolata di realtà rappresenta un serbatoio di esperienze, capacità e canali di interazione assolutamente unico, offrendo uno spazio ottimale per lo scambio di idee, sharing di lessons learned, crescita e formazione.
Con la nuova, accresciuta attenzione dedicata dal mondo istituzionale a queste tematiche, si apre per tutti noi la possibilità di mettere a disposizione come singoli nelle nostre varie realtà e come associazione nei confronti delle Istituzioni il patrimonio di conoscenze che ci distingue.
In questo senso, la creazione di un sistema di “porte girevoli” che faciliti lo scambio tra Istituzioni del comparto sicurezza e mondo aziendale per mettere in comune conoscenze, capacità, esigenze rappresenterebbe uno sviluppo interessante. L’apporto che ne deriverebbe riguarderebbe sia le realtà operanti sul territorio nazionale sia quelle più proiettate verso l’estero, beneficiando del contributo delle esperienze maturate non solo nell’ambito delle varie Forze di Polizia ma anche – ed in misura non immediatamente intuibile – degli Organismi di Informazione e Sicurezza.
Il professionista della Security si trova oggi sulle spalle un peso ed una responsabilità nuovi, quelli derivanti dall’essere elemento a tutti gli effetti partecipe della realizzazione di un’efficace cornice di difesa non solo della propria azienda ma anche del tanto citato Sistema Paese. A noi il compito di facilitare la crescita della consapevolezza di questa sfida, prima al nostro interno e quindi quali promotori di una cultura della sicurezza moderna ed adeguata alle sfide cui, volenti o nolenti, consapevoli o meno, siamo quotidianamente esposti ad opera di attori molto competenti e determinati.
